Se ti capita di pensare a dove potrà arrivare l’Intelligenza Artificiale nei rapporti diretti con gli essere umani cerca il film “LEI” o HER se lo vuoi vedere in lingua originale e scopri come nel 2013 avevo previsto un Sistema Operativo che in fase di installazione dopo alcune mirate domande, si sarebbe talmete adattato e plasmato sulle tue esigenze e aspirazioni da avvolgerti e farti vivere in un unico ambiente.
Il protagonista è Theodore è impiegato di una compagnia che attraverso internet scrive lettere personali per conto di altri, un lavoro grottesco che esegue con grande abilità e a tratti con passione. Da quando si è lasciato con la ragazza che aveva sposato però non riesce a rifarsi una vita, pensa sempre a lei e si rifiuta di firmare le carte del divorzio.
Quando una nuova generazione di sistemi operativi, animati da un’intelligenza artificiale sorprendentemente “umana”, arriva sul mercato, Theodore comincia a sviluppare con essa, che si chiama Samantha, una relazione complessa oltre ogni immaginazione.
A Spike Jonze interessano le più banali e comuni tra le sensazioni umane ma per arrivare a dar voce e corpo in maniera personale e addirittura “nuova” ai più antichi tra i temi trattati dall’arte (e dunque dal cinema) necessita sempre di passare per un elemento fantastico, l’inserimento di una sola implausibile stranezza per attivare meccanismi e percorsi nuovi.
In passato lo ha fatto con lo sceneggiatore Charlie Kaufman (che di questo è stato maestro) ora ci è arrivato con un film scritto autonomamente (e si nota un po’ di fatica della sceneggiatura nel giungere alla conclusione), un’opera che attinge ai temi della fantascienza classica e li trasforma da obiettivo del film a suo mezzo. Il rapporto con le macchine non come spunto di riflessione ma come strumento per parlare d’altro.
Con il lusso di poter usare l’attrice più attraente del momento solo in audio, senza mai farla vedere (l’intelligenza artificiale parla per bocca di Scarlett Johansson), facendo in modo che sia il cervello dello spettatore a sollecitare il rinforzo positivo legato a quella voce, e appoggiandosi alla capacità superiore alla media di Joaquin Phoenix di “ascoltare”, cioè di essere l’unico inquadrato in ogni conversazione significativa, volto emittente e ricevente di tutte le battute, Spike Jonze riesce a girare una storia d’amore al singolare, senza puntare il dito contro la tecnologia. Anzi.
Attraverso la sua versione estrema della società in cui viviamo (sembra ambientato 10 anni da oggi) Her supera la dicotomia classica della fantascienza tra spirito e materia, ovvero la lotta che in ogni uomo l’umanità compie per emergere e trionfare sul dominio imposto con o dalla tecnologia.
Ridotto ai minimi termini infatti Her mette in scena il lungo processo attraverso il quale viene elaborata la fine di un amore: venire a patti con l’esigenza di andare avanti, lasciare il passato dietro di sè e voltare pagina attraverso esperienze estreme e grottesche. Questo modo di procedere consente al regista di piegare i generi, fondendo fantascienza e melodramma (ma non c’è dubbio che sia il secondo a prevalere) e dipingendo uno stile di vita e un universo animato dalla più evidente contingenza con il tempo presente. Non c’è un briciolo di fobia nella sua visione ma anzi l’amichevole presa in giro da parte di chi con le novità del presente ha un rapporto di confidenza.
Il risultato è che vedendo Her si ha l’impressione che solo in questa maniera sia possibile operare quell’indagine sull’attualità, tipica delle forme d’arte non ancora morte, quella che consente di scovare quali siano le pieghe in cui poter trovare il sentimentalismo oggi.
Potremmo guardarlo in classe: spunti di riflessione
Quando si usa Her in classe, può essere utile concentrarsi su:
- Identità e empatia Come ci definiamo attraverso la relazione con gli altri? Se l’altro è un sistema operativo “intelligente”, ma non corporeo, come cambia la nostra percezione della vicinanza, del sentirsi compresi?
- Tecnologia come specchio Non tanto “la tecnologia che ci cambierà”, ma “chi siamo oggi” riflessi nella tecnologia: le relazioni virtuali, la solitudine in mezzo alla connessione, la difficoltà di comunicare sentimenti autentici.
- Processo emotivo del protagonista Theodore è uno che ha perso (o sta perdendo) qualcosa: il divorzio, l’incertezza, il passato che lo trattiene. Osservare come affronta il dolore, la nostalgia, la speranza.
- Limiti della comunicazione Anche in comunicazioni “perfette” (voce perfetta, sistema operativo capace), ci sono incomprensioni, attese insoddisfatte, conflitti interni: tra ciò che vogliamo da una relazione e ciò che l’altro può dare.
- Etica e filosofia dell’IA Quando un’IA diventa “persona” nell’esperienza soggettiva, cosa significa? Cosa vuol dire “coscienza”, “sentimento”, “autonomia”? Quali sono i limiti (tecnici ma anche morali)?